Cultura dello stupro e revenge porn: cominciamo a conoscere di cosa si parla
Ci siamo, il 25 novembre è arrivato, che tu stia leggendo questo articolo prima o dopo la data che celebra la giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne, poco importa, perché tutto intorno a noi è violenza quotidiana verso le donne e i soggetti più deboli. Tutti i giorni e con varie modalità.

da | Nov 26, 2020 | Femminile | 0 commenti

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In tempi COVID 19, che hanno costretto il mondo intero dentro le mura domestiche (per i più fortunati), in Italia, fra marzo e giugno, il numero 1522 ha raddoppiato le chiamate, rispetto allo stesso periodo nel 2019, passando da 6.956 a 15.280 (+119,6%). Anche la crescita delle richieste di aiuto tramite chat è quintuplicata, passando da 417 messaggi a 2.666. (dati Istat 2020, post lockdown).

La violenza sulle donne, passa anche su Telegram

In questo articolo parleremo della cultura dello stupro, partendo dall’inchiesta  fatta ad aprile dalla testata giornalistica WIRED, su Telegram.

Gruppi Telegram in cui migliaia di persone si scambiano ogni giorno foto di ex, fidanzate o, peggio, bambine. Quasi 50mila utenti, uomini, padri, fidanzati e sconosciuti che, ogni giorno, esercitano in modo costante e instancabile quello che viene definito il revenge porn collettivo.

«Foto di donne come figurine, stupri virtuali di gruppo e pedopornografia», racconta l’autore dell’inchiesta di Wired,  Simone Fontana, che si è infiltrato nel gruppo per denunciarne tutto il marcio che vi è nascosto

Ma questa è solo la punta dell’iceberg, l’ultima drammatica evoluzione di un fenomeno noto come cultura dello stupro. 

Cultura dello stupro, di cosa parliamo?

La cultura dello stupro è un insieme di fatti e luoghi comuni che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e incentivano la violenza contro le donne. Detta anche rape culture, il fenomeno mira a normalizzare e giustificare la violenza sessuale.

In una cultura dello stupro, le donne vengono costantemente trattate alla luce del sole come oggetti: “valutate, toccate, maneggiate, possedute”. Come se questo fosse normale e desse addirittura valore alla donna. Una cultura dello stupro ti dice che è “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro le donne.” Fa ridere, è solo un complimento, un “avance” come un’altra”. Questo non è vero! Così facendo, la cultura dello stupro minimizza il senso della responsabilità di chi commette violenza e fa sentire la vittima carnefice. Come?

Slut Shaming

Lo slut shaming (puttana, vergogna) è il termine che indica la volontà di far sentire in colpa la donna per i propri desideri sessuali. È connessa alla cultura dello stupro, perché inculca nelle vittime di molestie che sia stato il loro atteggiamento sessualizzato ad invogliare e legittimare lo stupro.

Così come il victim blaming, questi atteggiamenti tossici, mirano a spostare l’attenzione da chi commette aggressione, molestia, stupro, violenza sessuale, femminicidio, verso chi l’ha subito, spingendo la vittima o l’opinione pubblica a cercare un movente che giustifichi o spieghi il fatto.

Cos’è il revenge porn: che significa e come funziona

Con il termine Revenge Porn viene indicata la diffusione di video o foto sessualmente espliciti, senza il consenso delle persone rappresentate. Si definisce revenge perché, solitamente, si tratta di una vendetta nei confronti di qualcuno, molto spesso dell’ex partner, volta a denigrare la persona in questione. 

Il veicolo preferito da chi commette questo reato sono i social network, che consentono la diffusione rapida e incontrollata del materiale pornografico.
Lo scopo è distruggere la reputazione e la dignità della vittima, ledere i suoi rapporti amicali e familiari e comprometterne la carriera lavorativa. 

Secondo uno studio (fonte Internazionale.it), in Europa circa 9 milioni di ragazze hanno subìto una qualche forma di violenza online prima dei 15 anni. Dopo i mesi di lockdown dovuti alla pandemia, si è registrato un netto aumento dei casi di “revenge porn”. L’obbligo di rimanere a casa ha messo a rischio molte persone, soprattutto perché in tanti hanno cominciato a usare strumenti come Zoom o Skype, che offrono nuove occasioni per portare avanti questo genere di abusi. 

Segnaliamo questo approfondimento di Sophie Maddocks che propone una riflessione sulla sull’uso delle parole “Revenge” e “Porn” per definire questo fenomeno.

È davvero solo sete di vendetta?

C’è sicuramente da constatare che, per quanto riguarda i gruppi Telegram denunciati ad aprile da Wired, non si tratta esclusivamente di vendetta.
Le fotografie erano scambiate con la stessa facilità con cui si scambiavano le figurine dell’album Panini. C’erano padri che inviavano le foto delle loro stesse figlie (e chiedevano anche suggerimenti su come stuprarle senza farle urlare) e mariti che condividevano le proprie mogli in gravidanza. Tutto questo non rientra (solo) in una logica di vendetta. 

Anche perchè, vendetta nei confronti di cosa? La vendetta viene definita come “un danno subito materiale o morale inflitto privatamente ad altri per pareggiare un danno o un oltraggio subito”.  Stiamo quindi, per esempio, considerando la decisione di portare a termina una relazione come un oltraggio o un torto?

È anche troppo facile farlo rientrare in una deviazione sessuale o in un feticismo. 

È sempre un gioco di potere

L’ideale di potere, l’eccitazione derivata dall’idea di poter disporre del corpo di una donna a proprio piacimento, il tutto fomentato dalla logica del branco sono ulteriori dinamiche che rientrano nelle logiche di questo crimine. É bene ribadirlo: in Italia il reato per la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate è previsto nell’articolo 612-ter del codice penale, introdotto con la legge n. 69/2019. Prevede fino a sei anni di carcere e una multa dai 5mila ai 15mila euro. 

Vuoi saperne di più?

L’associazione Io Calabria organizza un percorso di conoscenza e consapevolezza su questi temi. https://www.iocalabria.eu/percorsi-di-consapevolezza/

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