LE MESTRUAZIONI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
Cosa significò per le donne avere le mestruazioni nei campi di concentramento? Vi proponiamo la lettura di questo articolo molto interessante della storica britannica Jo-Ann Owusu che ci permette di conoscere un argomento che finora è stato omesso dalla ricerca storica ma che rappresenta un fattore che ha influito molto sull'esperienza femminile dell'internamento nei lager.

da | Gen 27, 2021 | (Eco)Mestruazioni, Femminile | 0 commenti

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In occasione della giornata della memoria vi proponiamo la lettura di un interessante articolo della storica britannica Jo-Ann Owusu dal titolo “Le mestruazioni e l’olocausto”. In questo lavoro per la prima volta il vissuto delle mestruazioni nei campi di concentramento diventa oggetto di ricerca storica e vengono raccolte memorie e testimonianze delle donne imprigionate che hanno dovuto far fronte alla gestione di questo fatto normale e quotidiano della vita di tutte.


L’articolo originale è in lingua inglese. Per le meno avvezze alla lettura in lingua vi proponiamo qui una sintesi con le principali informazioni e riflessioni tratte da questo prezioso contributo sulla storia delle donne.


Cosa hanno rappresentato le mestruazioni nei campi di concentramento, un contesto così terribile ed estremo?


Il primo vissuto che viene presentato nell’articolo è quello della repentina trasformazione di un fatto intimo e privato in qualcosa di esposto e quindi di pubblico. Le donne infatti non avevano mezzi per gestire le mestruazioni: la mancanza di stoffe assorbenti e biancheria pulita, l’obbligo del lavoro e la difficoltà di trovare acqua per lavarsi obbligava le donne a mostrare il loro sanguinamento. Questa venne vissuta dalle donne come una condizione disumanizzante.

Le mestruazioni infatti sono sempre state considerate un evento impuro, qualcosa che deve essere nascosto perché sporco e fonte di vergogna, oggetto ancora oggi di tabù e falsi miti. Lo stigma delle mestruazioni diventava dunque un marchio visibile sul corpo femminile che di conseguenza veniva considerato ancora più imperfetto, inferiore e fonte di repulsione.

Le mestruazioni come occasione di salvezza dalla violenza


La stessa repulsione che però salvò alcune donne dalla violenza: stupri ed esperimenti scientifici sul corpo femminile erano all’ordine del giorno nei campi da concentramento. La presenza del sangue mestruale, visto come sporco e disgustoso, indusse alcuni medici a rinunciare ad effettuare operazioni chirurgiche sperimentali e guardie tedesche a desistere dal violentare le donne mestruate. Se non si trattasse di condizioni di una violenza estrema, l’ironia su queste situazioni sarebbe a portata di mano: esperimenti su esseri umani e stupri erano considerati eventi normali e naturali, mentre erano le mestruazioni ad essere qualcosa di disgustoso e da nascondere.

La microeconomia degli stracci

auschwitz pixabay LE MESTRUAZIONI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO


Molte donne, per indole personale o per sopravvivenza, cercarono e trovarono soluzioni creative per gestire i sanguinamenti: riuscirono a ricavare pezze e stracci da vecchi abiti o misero insieme pezzi di carta raccolti in giro per fabbricare assorbenti. Gli stracci erano beni rari e quindi assolutamente preziosi. Si può affermare che avessero la loro microeconomia: oltre ad essere rubati, venivano dati via, presi in prestito e scambiati.

La mancanza delle mestruazioni


Viste le condizioni di malnutrizione e ipersfruttamento dei corpi all’interno dei campi di concentramento, molte donne andarono incontro ad amenorrea. Anche l’assenza del ciclo mestruale rappresentava un grosso carico di stress e di ansia, di timore di perdere la propria fertilità. Spesso, il pensiero della vita dopo i campi, rappresentava per le donne un pensiero di felicità e di speranza nei confronti del futuro. L’idea di perdere la possibilità di generare figli anche nel futuro rendeva ancora più straziante la situazione che si trovavano a vivere: la sterilità veniva vissuta come una maledizione inflitta sui loro corpi dai tedeschi, qualcosa che sarebbe rimasto indelebile nel tempo.


Un’assalto non solo alla speranza per il futuro ma anche alla propria identità. Le donne infatti venivano totalmente spogliate della loro femminilità: i capelli venivano rasati all’ingresso nei campi ed erano obbligate ad indossare divise molto larghe. Oltretutto il repentino e inevitabile dimagrimento sfumava le forme femminili di seni e fianchi. Insieme all’amenorrea tutti questo fattori provocarono violenti problemi psicologici relativi al riconoscimento della propria identità femminile.

Solidarietà e complicità tra donne


In un contesto così estremo di sofferenza, nel quale la lotta per la sopravvivenza spesso mise anche gli stessi detenuti gli uni contro gli altri, le mestruazioni in alcune occasioni rappresentarono un motivo di complicità e solidarietà tra donne. Le ragazze che ebbero il loro menarca all’interno dei campi, infatti, poterono contare sull’aiuto e l’appoggio delle donne più grandi. Molte si trovavano da sole, non sapevano ancora cosa fosse il ciclo mestruale e si spaventavano alla vista del sangue. Il vissuto condiviso delle mestruazioni suscitò nelle donne sentimenti di unità e sorellanza, così le più giovani venivano tranquillizzate e istruite su come gestire il ciclo mestruale dalle detenute più anziane, colmando la mancanza di madri e sorelle maggiori.

Le mestruazioni: un simbolo di libertà

Dopo la liberazione, alla ripresa di condizioni di vita e di salute adeguate, molte donne che avevano sofferto di amenorrea durante la reclusione nei campi, videro il ritorno delle mestruazioni. Furono momenti di immensa gioia: la sensazione di riappropriarsi della propria vita e della propria femminilità resero le mestruazioni un simbolo della loro libertà.

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